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lunedì 21 gennaio 2013

Mafia-Stato la trattativa continua ora


di Antonio Mazzeo

Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi – fra gli uomini dello Stato – trattò “a fin di bene” e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono – e questo ormai non lo nega più nessuno – e uno dei principali “ambasciatori” fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a “trattare”, riempiendo cartelle su cartelle…

Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all’ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i non ricordo di ex ministri e presidenti.



Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, Mario Mori. O l’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”. E nel novembre ’93, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata c’era l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci. “Una volta ho assistito a una violentissima lite tra i due”, ha aggiunto. “Mi misi di mezzo perché Di Maggio, oltre a dargli del tu, insultava Conso e io non potevo permetterlo…”.

Il 29 ottobre 1993 Capriotti aveva sottoscritto una nota in cui si chiedeva a diverse autorità istituzionali un parere sull’eventuale proroga del 41bis a oltre trecento detenuti. “Per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”, spiegava il capo del Dap. La nota fu poi consegnata a Conso dall’allora capo di gabinetto del ministero, Livia Pomodoro, odierna presidente del Tribunale di Milano. “Il ministro mi diede la direttiva di attendere ulteriori aggiornamenti, che avrebbero dovuto essere forniti dal vicecapo Di Maggio”, racconta Pomodoro. Nessuno però è in grado di ricordare cosa poi veramente accadde e quale fu davvero il ruolo del magistrato richiamato da Vienna. Quello stesso Di Maggio che in un’intervista in piena stagione terroristica si era dichiarato “decisamente a favore” del carcere duro per i mafiosi. “Era ritenuto un forcaiolo al Dap perché voleva mantenere il 41bis, ma riteneva che la sua linea fosse disattesa dal Ministero degli Interni”, ha rivendicato il fratello, Salvatore Di Maggio, all’udienza del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo la mancata cattura del superboss Bernardo Provenzano nel 1995.
A rendere più fitto il mistero è spuntato un vecchio verbale d’interrogatorio dell’ispettore della polizia penitenziaria, Nicola Cristella, che fa il punto sulle frequentazioni di allora di Francesco Di Maggio. Cristella avrebbe dichiarato che nell’estate delle bombe del ’93, il magistrato era solito cenare con il giornalista Guglielmo Sasinini, poi finito sotto inchiesta per i dossier illegali di Telecom, l’immancabile generale-prefetto Mori e il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, morto nel 2002 per arresto cardiocircolatorio. Figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, Bonaventura era stato prima membro dei nuclei antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, poi capo della 1^ divisione del Sismi, il servizio segreto militare subentrato al Sifar. Cene sospette. Inopportune. Inquietanti. Quasi a confermare la relazione privilegiata tra Mario Mori e il giudice Di Maggio un’annotazione nell’agenda personale del militare, alla data del 27 luglio 1993, vigilia della notte in cui esplosero tre autobombe, la prima a Milano e le altre due a Roma, a San Giovanni in Laterano e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. “Per prob. detenuti mafiosi” c’è scritto in riferimento ad un appuntamento fissato quel giorno con Di Maggio. Stranamente, cinque mesi prima, la mattina del 27 febbraio, presso la Sezione Anticrimine di Roma, Mori aveva incontrato il magistrato (ancora consulente dell’agenzia antidroga dell’Onu) per discutere sull’omicidio del giornalista de La Sicilia Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. E da quanto accertato dal Pm di Firenze, Gabriele Chelazzi, recentemente scomparso, Di Maggio e Mori s’incontrarono nuovamente il successivo 22 ottobre, congiuntamente all’allora colonnello Giampaolo Ganzer, poi comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione e 65 mila euro di multa per traffico di stupefacenti, falso e peculato.
Come Alfano, anche Francesco Di Maggio era originario di Barcellona, il maggiore centro tirrenico della provincia di Messina. E barcellonesi sono pure alcuni dei padrini in odor di massoneria e servizi segreti entrati a pieno titolo nelle cronache nere italiane di quegli anni o certi strani garanti dell’impunità e del depistaggio istituzionale. Mere coincidenze, forse. Ma a Barcellona convergono e s’incrociano più di un filo investigativo, troppi attori, programmi eversivi, esplosivi e telecomandi. La città è crocevia di poteri più o meno occulti, laboratorio sperimentale per le alleanze della seconda repubblica, centro strategico di traffici di droga ed armi, eldorado delle ecomafie, ponte-cerniera tra organizzazioni criminali siciliane, ‘ndrangheta, camorra ed estrema destra. Un paradiso dorato per i latitanti di primo livello, come Bernando Provenzano, Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola.
Una Corleone del XXI secolo dove campieri, ex vivaisti e piccoli allevatori semianalfabeti hanno imposto il proprio dominio agli eredi di una borghesia locale consociativa e parassitaria. Una colonia di cosche efferate, sanguinarie, predatrici. I vincitori e i perdenti di una guerra che negli anni ’80 ha lasciato sul campo un centinaio di morti e una decina di desaparecidos. Omicidi brutali, corpi arsi vivi nei greti dei torrenti, minorenni torturati e sgozzati, arti mozzati. Il devastante saccheggio delle risorse di un territorio unico per bellezze e tradizioni; la capacità d’infiltrazione in ogni livello delle istituzioni. Mafia finanziaria e imprenditrice, onnipresente nella gestione delle opere pubbliche e private, dai lavori ferroviari e autostradali sulla Messina-Palermo, alla discarica a cielo aperto di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, una delle più grandi del Mezzogiorno d’Italia, ai complessi turistici del golfo di Tindari e di Milazzo. E la bramosia d’impossessarsi del padre di tutte le Grandi infrastrutture, il Ponte sullo Stretto.
Per lungo tempo le fittissime rete di relazioni e contiguità trasversali si sono tessute all’interno delle logge massoniche più o meno spurie e nel “circolo culturale” Corda Fratres, l’officina che ha forgiato l’élite politica, sociale, economica e amministrativa locale. Della Fédération Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona (questo il nome ufficiale) sono stati soci e dirigenti giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali e comunali. E un buon numero di frammassoni. Su 36 iscritti nel 1994 alla loggia Fratelli Bandiera del Grande Oriente d’Italia, ben 14 erano soci Corda Fratres. Tra i cordafratrini “onorari” pure due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (già direttore del Sismi ed ex comandante dell’Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell’on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come “fedelissimo di Gelli da antica data”. Stelle di prima grandezza del panorama politico-culturale nazionale i partecipanti ai convegni della Corda. Compreso il vicecapo Dap Francesco Di Maggio, relatore all’incontro su Principio di legalità e carcerazione preventiva, anno 1994.
Nel circolo di Barcellona pure certe presenze e frequentazioni perlomeno imbarazzanti. Come quella del mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva quale mandante dell’omicidio di Beppe Alfano. Gullotti è stato membro del direttivo di Corda Fratres nel 1989 e socio fino all’autunno del 1993, quando fu “allontanato” a seguito dei pesanti rilievi fatti dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nella città del Longano. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum contro le cosche della provincia di Messina, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata dal mafioso Pietro Rampulla (originario di Mistretta), l’artificiere del tragico attentato del 23 maggio ‘92 contro il giudice Falcone. “Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno del 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo della criminalità messinese. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”.
Nome ancora più indigesto dell’albo-soci di Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, ritenuto il capo dei capi della mafia barcellonese. “Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”, hanno scritto i giudici di Messina nell’ordinanza del luglio 2000 che ha imposto al Cattafi l’obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di cinque anni.
Da giovanissimo egli aveva militato nelle file della destra eversiva rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente all’allora ordinovista Pietro Rampulla), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi. Trasferitosi in Lombardia a metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle famiglie mafiose siciliane. Nel maggio 1984, i presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal Pm Francesco Di Maggio. Cattafi, residente in Svizzera, sfuggì all’arresto. Pochi giorni dopo fu però l’autorità giudiziaria locale ad ottenerne l’arresto nell’ambito di un’inchiesta per traffico di stupefacenti. Così il 30 maggio dell’84 Di Maggio potette raggiungere Cattafi in cella a Bellinzona per un interrogatorio ancora top secret: i verbali furono infatti trattenuti dalle autorità elvetiche. Negli stessi mesi, Angelo Epaminonda riferì ai magistrati (tra cui ancora Francesco Di Maggio) che nel 1983, il Cattafi, per conto del clan Santapaola, gli aveva inutilmente proposto di gestire in società l’attività di cambio-assegni ai giocatori del casinò di St. Vincent. Il fatto tuttavia non fu ritenuto rilevante e il barcellonese venne tenuto fuori dalle inchieste sulla penetrazione mafiosa a Milano.
Di Maggio e Cattafi si sarebbero incrociati pure nel corso delle indagini sull’efferato omicidio del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, recentemente condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo contro le organizzazioni mafiose barcellonesi Mare Nostrum. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. Cattafi, in verità, non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, ma fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta. Anche Canali conosceva da lungo tempo Di Maggio. Con il magistrato barcellonese, egli aveva fatto un periodo di tirocinio da uditore a Milano. “Sempre Di Maggio, il cui padre era stato maresciallo dei Carabinieri a Pozzo di Gotto, m’informò, in generale, sulla situazione barcellonese prima di trasferirmi in Sicilia”, ha spiegato Canali.
Un oscuro passaggio sui rapporti tra Di Maggio e Cattafi fu riportato in quegli stessi anni in uno dei dossier anonimi fatti circolare ad arte per screditare la figura del giudice Antonio Di Pietro e finiti nelle mani del leader Psi Bettino Craxi, latitante ad Hammamet. “Cattafi – vi si legge – a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri), e dove ha conosciuto Cattafi, di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati, dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie”. Quella su Di Pietro era una bufala, quella su Di Maggio una mezza verità. “Il giudice Di Maggio l’ho visto un paio di volte e sono stato anche inquisito e poi prosciolto per una vicenda relativa ad un conto corrente bancario con sede in Svizzera…”, ammetterà lo stesso Cattafi in un’intervista al settimanale Centonove a fine anni ‘90.
Qualche mese fa, il controverso avvocato barcellonese è stato arrestato perché ritenuto uno degli uomini di vertice delle organizzazioni mafiose siciliane. Da allora, ha riempito pagine e pagine di verbali fornendo in particolare tutt’altra versione sui suoi rapporti con il giudice Di Maggio. Al centro, ancora una volta, la trattativa Stato-mafia negli anni delle stragi e delle bombe in mezza Italia. Il racconto di Cattafi parte da quando venne arrestato in Canton Ticino e fu sentito in carcere dal magistrato barcellonese. “I pm di Milano Di Maggio e Davigo emisero un mandato di cattura nel quale ero accusato, fra l’altro, di essere il cassiere della mafia”, ha raccontato il boss. “Il mandato fu notificato all’Autorità svizzera ed io fui arrestato il 17 maggio 1984. All’incirca nello stesso periodo, quando comunque già Di Maggio si stava convincendo della mia estraneità alla vicenda del sequestro Agrati, costui mi chiese se ero disposto a rilasciare dichiarazioni sul conto di Salvatore Cuscunà detto Turi Buatta, indicandolo come uomo di Santapaola. Ricordo che Epaminonda aveva fatto dichiarazioni contro il Cuscunà sostenendo che costui faceva parte della famiglia Santapaola e che lui stesso aveva venduto al Cuscunà alcuni chili di cocaina. Egli negava tutto ciò ed affermava che Epaminonda lo accusava per malanimo nei suoi confronti. A questo punto intervennero le mie dichiarazioni rese al pm Di Maggio ed io confermai le frequentazioni fra Angelo Epaminonda e Cuscunà…”.
Cattafi aggiunge che “negli anni ’89 – ’90”, dopo essere tornato in libertà, ricevette la visita in casa a Milano di un carabiniere che gli chiese di raggiungere la caserma di via Moscova dove lo attendeva per un colloquio Francesco Di Maggio. Giunto in caserma, Cattafi incontrò il giudice in compagnia del capitano dei carabinieri Morini. “Di Maggio mi comunicò che aveva ricevuto una nomina presso l’Alto commissariato antimafia”, ha raccontato. “Sempre in quel frangente, Di Maggio mi disse: so che lei ha contatti con personaggi di vario genere, con imprenditori, se lei sa qualcosa sul riciclaggio di denaro, io sono qui. Non posso definirmi un informatore di Di Maggio ma semplicemente una persona che era entrata in buoni rapporti con costui e che dunque era disposta a fornirgli informazioni nel caso in cui ne fossi venuto a conoscenza. Io garantii la mia disponibilità ed il dottor Di maggio mi disse: da me troverete sempre un amico”.
Cattafi afferma di non aver più rivisto il magistrato sino al maggio del ‘93. “Di Maggio si trovava a Messina, mandò un carabiniere nella casa di mia madre e mi fece sapere che mi aspettava al bar Doddis, ed è lì che lo incontrai. Mi disse che era stato nominato vicedirettore del Dap. C’erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Dobbiamo bloccarli questi porci, mi disse. Dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola”. Di Maggio aveva individuato un potenziale interlocutore, Benedetto Santapaola, al tempo latitante, ritenendolo un capomafia “più malleabile”. “Di Maggio mi chiese se, attraverso il boss Salvatore Cuscunà che avevo frequentato a Milano nell’Autoparco di via Salomone, potevo cercare un contatto con Santapaola, che non ho mai conosciuto, per tentare di aprire un dialogo”, ha aggiunto Cattafi. “Dovevo contattare l’avvocato di Cuscunà promettendogli qualunque cosa, tutti i benefici possibili per il suo cliente, pur di riuscire a parlare con Santapaola per riuscire a trovare nuove strade per disinnescare la violenza di Cosa nostra. Mi parlò anche di dissociazione ma così…”. Stando a Cattafi, al faccia a faccia con il magistrato si aggiunsero in un secondo tempo anche i carabinieri del Ros. “Al bar giunsero cinque-sei persone, alcune delle quali in divisa ed altre in borghese. Ricordo ancora che Di Maggio mi presentò nominativamente tutti i carabinieri presenti. Anzi aggiunse che per le eventuali esigenze avrei dovuto contattare due di essi (…) Qualcuno di questi ufficiali era particolarmente spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che fra costoro ci fosse anche il generale Mori, ma onestamente non posso dirlo con certezza”. Il racconto, in verità, è poco convincente. “Ma se Cattafi da decenni è in rapporti con Santapaola perché rivolgersi a terzi per avere un tramite?”, si domanda l’avvocato Fabio Repici nell’e-book “La peggio gioventù”, pubblicato con il numero scorso de I Siciliani giovani. “E perché poi incontrare il giudice a Messina quando Cattafi poteva incontrarlo più comodamente in qualche ufficio romano?”
Lo stesso Santapaola fu arrestato a Mazzarrone, in provincia di Catania, il 18 maggio 1993, qualche giorno dopo il presunto incontro Cattafi-Di Maggio a Messina e dopo aver liberamente scorazzato “latitante” nel barcellonese almeno fino al 29 aprile di quell’anno. Una prova certa della presenza di Santapaola nella città del Longano è emersa dalle intercettazioni telefoniche e ambientali avviate subito dopo l’uccisione del giornalista Beppe Alfano. E come poi accertato dal Servizio anti-criminalità organizzata della Guardia di Finanza, tra il 30 aprile e il 2 maggio 1993, in un hotel della città di Milazzo avevano preso alloggio il fratello di don Nitto, Giuseppe Santapaola, sua moglie, i quattro figli e il pregiudicato catanese Salvatore Di Mauro. Responsabile dell’ufficio contabile di quell’albergo era il barcellonese Stefano Piccolo, commercialista di fiducia di Rosario Cattafi. E la moglie, Ferdinanda Corica, ha ricoperto sino a tempo fa l’incarico di rappresentante legale e socia della Dibeca Sas, la società tuttofare della famiglia Cattafi oggi tra i beni posti sotto sequestro dalla DDA peloritana. Strane coincidenze. Davvero.
Rosario Cattafi ha pure spiegato di avere avuto un altro contatto con Francesco Di Maggio nel carcere di Opera tra il 1994 e il 1995, dopo il suo arresto nell’ambito dell’inchiesta sui traffici di armi e droga nell’Autoparco di Milano. “Mentre ero detenuto a Milano fui convocato nella stanza del direttore, dottore Fabozzi”, riferisce Cattafi. “Una volta che venni portato lì trovai il dottor Di Maggio. Costui mi comunicò che presso il carcere di Opera era o forse sarebbe arrivato il palermitano Ugo Martello, che io non conoscevo. Di Maggio mi disse che si trattava di un personaggio importante appartenente alla mafia palermitana e che proveniva dal 41bis e che era stato collocato nel mio stesso carcere e nella mia stessa sezione. Di Maggio mi chiese di recare un preciso messaggio al Martello che doveva essere poi recapitato agli altri mafiosi palermitani. Il Martello, in sostanza, doveva riferire che si doveva portare avanti il discorso della dissociazione e che in cambio costoro avrebbero ricevuto dei vantaggi da parte delle Istituzioni. Di Maggio mi specificò che in questo modo, ci sarebbe stato un atteggiamento di emulazione da parte dei mafiosi cosicché dopo le prime dissociazioni ben presto ne sarebbero arrivate tante altre. Di Maggio mi fece l’esempio del bastone e della carota e mi disse che la carota sarebbe conseguita a questa eventuale dissociazione. Mi ribadì che io potevo promettere qualsiasi cosa…”. La lusinghiera proposta avrebbe però scatenato le proteste del pregiudicato. “Gli risposi male, rinfacciandogli che mi ero prestato a recare il messaggio a Cuscunà come mi era stato richiesto e tuttavia mi trovavo in carcere ingiustamente… Di Maggio mi rispose: per quella vicenda abbiamo risolto, abbiamo fatto tutto, tutto a posto, senza specificarmi altro”. Cattafi avrebbe incontrato Cuscunà nel centro clinico del carcere milanese di san Vittore. “Presso quello stesso centro, in un’altra stanza posta sulla mia sinistra c’era il Cuscunà. Costui mi trattò malissimo dal momento che lo avevo accusato nell’ambito del procedimento Autoparco. Io cercai di calmarlo: ti dico una cosa che forse può aiutarti a farti uscire e gli riferì quello che mi aveva detto il Di Maggio: che se fossi riuscito a trovare un contatto con il Santapaola c’era la disponibilità del giudice a fargli ottenere gli arresti domiciliari”.
L’allora direttore Aldo Fabozzi, odierno provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia, ha seccamente respinto sul settimanale Panorama le dichiarazioni del barcellonese: “All’epoca non c’era il regime del 41bis ad Opera e nella mia lunga esperienza professionale, mai ho permesso che un detenuto oltrepassasse la porta carraia”. Fabozzi ha tuttavia ammesso di aver conosciuto molto bene il giudice Di Maggio. “Posso garantire che era un magistrato serio, fra i migliori, con valori istituzionali ferrei e inossidabili, mai avrebbe trattato con la mafia, mai sceso a compressi o a semplici contatti con malavitosi. Queste dichiarazioni sono un affronto alla memoria di un magistrato per bene e alla sua intelligenza”. Diversamente da come la pensava la pensava Loris D’Ambrosio, il consigliere del Quirinale scomparso prematuramente qualche tempo fa. “La linea di Di Maggio era quella di consentire un agevole accesso nelle carceri ai suoi amici che in qualche modo collaboravano, come confidenti…”, si lasciò sfuggire in un colloquio telefonico del 25 novembre 2011 con l’ex ministro degli interni  Nicola Mancino che lamentava le modalità d’indagine sulla “trattativa” dei magistrati di Palermo.
Come se non bastasse, il 28 settembre 2012 Rosario Cattafi ha raccontato ai Pm di Messina di aver avuto rapporti telefonici con il giudice Di Maggio anche quando era detenuto in isolamento nel carcere di Sollicciano. “Venivo portato nella stanza del direttore Quattrone, costui chiamava al telefono il Ministero e mi passava il dottore Di Maggio. Il suo ufficio era al primo piano, di fronte all’ingresso avvocati. Di Maggio anche in questo caso mi esortò ad avere contatti con Cuscunà”. Per la cronaca, il direttore Paolo Maria Quattrone è morto suicida nel luglio del 2010 dopo essere stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, nell’ambito di un’inchiesta sui lavori di ammodernamento del carcere di Cosenza. A difenderne la memoria sono scesi in campo i familiari che in una lettera aperta hanno definito come ridicole, oltraggiose e vergognose le parole di Cattafi. “Il dottor Quattrone è sempre stato un leale e integerrimo uomo di Stato, di Giustizia e di Cultura”, hanno spiegato. “Dalla ‘ndrangheta ha ricevuto numerose intimidazioni e attentati. Il più grave, una bomba esplosa nella sua camera da letto, quando dirigeva il carcere di Reggio Calabria. L’allora capo del Dap, Nicolò Amato, per salvargli la vita lo trasferì a Sollicciano”.
Nicolò Amato ha ricoperto l’incarico al Dap fino al 4 giugno 1993 quando fu sostituito da Adalberto Capriotti. Originario di Messina, animatore negli anni ’50 dell’associazione “universitaria” Corda Fratres insieme a Franco Antonio Cassata (odierno Procuratore generale della città dello stretto) e Francesco Paolo Fulci (poi ambasciatore a Washington e alla Nato e, negli anni delle stragi mafiose, direttore del Cesis, il comitato esecutivo dei servizi segreti), Amato ha poi intrapreso l’attività di avvocato. Tra i suoi assistiti, secondo Massimo Ciancimino, il padre don Vito “su consiglio del generale Mario Mori”. Adesso Nicolò Amato sostiene che fu proprio Francesco Di Maggio a non volere avuto il rinnovo del 41bis contro i mafiosi nel novembre del ’93. “Amato nulla ha saputo (o voluto o potuto) dire, però, su un documento, da lui redatto nel marzo 1993, nel quale veniva sollecitata la messa in mora della normativa sul carcere duro per i mafiosi”, rilevano l’avvocato Fabio Repici e Marco Bertelli in una documentata inchiesta giornalistica. “Quella nota dell’ex capo del Dap faceva riferimento ad orientamenti già emersi il 12 febbraio 1993, lo stesso giorno dell’insediamento di Conso al posto di Martelli in via Arenula, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica (…) Nei verbali di quel comitato, risulta che fu lo stesso Nicolò Amato a sollecitare un alleggerimento del 41bis”. E i giochi in quei tragici giorni delle stragi si fanno ancora più torbidi.
Nelle carte della Procura palermitana sulla trattativa Stato-mafia si ripete, troppo spesso, il nome del senatore Marcello dell’Utri, una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa annullata con rinvio dalla Cassazione. Dell’Utri, per gli inquirenti, potrebbe essere stato uno dei maggiori “intermediari” con Cosa nostra che cerca

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