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martedì 17 luglio 2012

Silenzio, parla Fiume. I 40 anni di strapotere mafioso a Reggio Calabria


foto di Pippo Martino
di Alessia Candito
L’omicidio del giudice Scopelliti, le trame nere che avviluppano il destino dell’Italia dagli anni Settanta ad oggi, i salotti buoni e i grembiuli massonici, la stagione delle stragi in Sicilia, e le guerre di mafia. È un piccolo spaccato dell’Italia peggiore, quella che nei libri di storia ancora non trova posto e nelle cronache filtra solo per sbaglio, la lunga deposizione del pentito di ‘ndrangheta Antonio Fiume. È la storia di un’Italia marcia e malata, che nella Calabria – e nella ‘ndrangheta che la condanna – ha la sua figlia bastarda, ma che su tutto il territorio porta il segno delle cicatrici di quel parto.

Mercoledì 11 luglio, aula bunker di Reggio Calabria. Antonio Fiume – il viso coperto da una giacca blu tenuta sulla testa – entra in aula scortato da due uomini della Mobile. È chiamato a testimoniare nell’ambito del procedimento Meta, contro le cosche di Reggio città. Nell’aula c’è nervosismo. I legali sono tutti schierati e dalle gabbie degli imputati non vola una mosca. Quelli collegati in videoconferenza perché detenuti in regime di 41 bis guardano attenti nei monitor. Non è la prima volta che un pentito di ‘ndrangheta depone in un processo, ma Antonio Fiume non è un pentito come gli altri. Come tanti ha alle spalle una lunga carriera criminale costruita a colpi di omicidi efferati, ma nessuno come lui è stato vicino a chi ha ridisegnato il volto e il ruolo della ‘ndrangheta, convertendola in un interlocutore affidabile non solo per altre organizzazioni criminali, ma anche per lobby economiche, politiche e massoniche. Mai nessuno prima di lui era stato in grado di svelare i segreti della cosca De Stefano. Fidanzato storico dell’unica figlia femmina di Don Paolino, il boss che ebbe l’intuizione di agganciare i destini della ndrine a quelli della massoneria e che ha convertito gli ndranghetisti negli ospiti d’onore dei salotti buoni di Reggio Calabria come di Roma e Milano, Fiume ha vissuto le sorti del casato dei De Stefano dal di dentro. Anche perché prima ancora di essere lo storico fidanzato di Giorgia, Nino Fiume era più di un fratello per un altro figlio di don Paolino: quel Giuseppe De Stefano che trentenne verrà insignito dalle famiglie reggine della carica di capocrimine, il più alto grado cui uno ndranghetista possa aspirare. Il monarca di un territorio che, all’indomani della guerra che fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 ha lasciato sul terreno quasi mille morti ammazzati, ha consegnato il potere a un direttorio di quattro famiglie – Libri, Tegano, De Stefano, Condello – che esercitano il proprio dominio che va oltre Reggio e la Calabria, ma si estende sull’Italia intera.

Famiglie un tempo divise da guerre sanguinosissime, ma dopo la pax mafiosa del ’91, unite nella divisione e gestione di rapporti e affari. Tutte dinamiche che il sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo, con l’inchiesta Meta è riuscito a ricostruire in maniera precisa e circostanziata. Anche grazie alle fondamentali dichiarazioni di Fiume, che fino al 27 febbraio 2002 – giorno in cui chiamò la Questura per consegnarsi – si sentiva ed era un De Stefano.



Un ruolo che andava anche oltre la sua relazione con Giorgia. «Quando con lei è finita – dice Fiume ai giudici del Tribunale – le ho detto che se lei era innamorata di quel ragazzo conosciuto all’università, se non ci fossero stati i suoi fratelli l’avrei accompagnata all’altare». Per lui, Giorgia De Stefano non era semplicemente la sua donna, era una di famiglia. Un rapporto strettissimo, vissuto in maniera quasi simbiotica con gli eredi di don Paolino, ma che dopo la rottura con la ragazza e l’evolversi dei nuovi rapporti all’indomani della guerra, si rompe. I De Stefano vogliono fare pulizia. I “ragazzi” che si erano spesi nel corso della guerra di ‘ndrangheta, erano diventati “di troppo” per il nuovo ruolo che i De Stefano ricoprono in città. I giovanissimi rampolli del clan non sono semplicemente i dominus della galassia criminale, ma anche quei “mafiosi con le scarpe lucide” che i salotti bene della città si contendono. Uno scenario in cui ragazzi come Fiume, sono la rappresentazione plastica di un passato di cui vogliono cancellare le tracce. Anche fisicamente. «Giuseppe De Stefano aveva stilato una lista di gente da eliminare», ricorda Fiume, che proprio perché ha avuto il sospetto di essere uno dei principali candidati all’eliminazione ha deciso di collaborare. «Quando io dicevo di voler cambiare vita, Carmine (fratello maggiore di Giuseppe De Stefano e suo numero due, ndr) mi diceva che i politici amici miei mi avevano spasciato (rovinato, ndr) la testa – afferma il collaboratore – Ero stanco di soprusi e falsità, mi sentivo contro la nuova ‘ndrangheta dei figli di Paolo De Stefano». E ai due, il pentito riserva parole durissime. Non sono degni eredi del padre, ma dei falsi e vigliacchi». Ma in realtà, i fratelli De Stefano erano semplicemente spietati. Anche con i propri familiari. Come Giusy Coco Trovato – prima moglie di Carmine De Stefano e figlia di quel Franco Coco Trovato che imporrà il dominio della ‘ndrangheta tra le nebbie milanesi e nel tempo si dimostrerà uno dei più fidi alleati dei “figghioli” (ragazzi, il soprannome con cui i fratelli erano conosciuti, ndr) – che Carmine e Peppe avevano condannato a un colpo in testa e una sepoltura nello Stretto. Aveva commesso l’imperdonabile errore di confessare di essere in realtà innamorata di Giuseppe e non di Carmine De Stefano. E soprattutto di farlo sapere in giro, facendo leggere il proprio diario a uno dei luogotenenti del clan, Vincenzino Zappia. Solo per intercessione del padre Franco Coco – che dal carcere in cui è tuttora detenuto in regime di 41 bis fa arrivare una lettera ai fratelli De Stefano – e grazie all’intervento del responsabile del locale di Lecco, la donna ha avuto salva la vita.

Ma questo non è che uno delle migliaia di episodi che Fiume è in grado di riferire sui De Stefano e sul loro entourage. È stato vicino al cuore della ndrina che da decenni detta legge a Reggio città. Per questo, il 27 febbraio 2002, giorno in cui decide di chiamare la questura e consegnarsi alla Polizia di Reggio Calabria, per la famiglia di Archi, feudo storico del casato De Stefano alla periferia nord di Reggio Calabria, cambia qualcosa. E i frutti potrebbero arrivare proprio nel maxiprocesso “Meta”. Quel medesimo procedimento in cui Giuseppe De Stefano è imputato e le cui udienze segue – attentissimo, prendendo appunti in maniera scrupolosa – dal carcere di Tolmezzo dove è detenuto in regime di 41bis. «Giuseppe De Stefano ha commesso il suo primo omicidio a diciassette anni» dice, in maniera glaciale, Nino Fiume, che davanti ai giudici ripercorre in maniera pedissequa la carriera criminale del giovane boss. Una forza criminale, quella di Peppe De Stefano, che – poco più che ventenne – gli avrebbe permesso di avere voce in capitolo su decisioni assai delicate, come la pax mafiosa: «Mico Libri disse che la pace si può fare. Se vogliamo fare affari dobbiamo essere tutti una cosa e già a 22 anni (ai tempi degli incontri per stabilire la fine della seconda guerra di mafia, ndr) Giuseppe De Stefano aveva potere di mettere il proprio veto nelle trattative tra i Tegano, i Condello e gli Alvaro».

L’OMICIDIO DEL GIUDICE SCOPELLITI E LE NUOVE INDAGINI DELLA DDA REGGINA
 Trattative di pace che, a detta di Fiume, si incastrarono nel periodo immediatamente antecedente e contemporaneo all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso nell’agosto 1991 per fare un favore a Cosa Nostra, proprio quando il magistrato stava per sostenere in Cassazione l’accusa nel maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone: «Giuseppe De Stefano mi disse che i sicari che uccisero il dottore Scopelliti erano due calabresi» dice ancora Fiume che viene immediatamente fermato dal pm Lombardo proprio quando sta per fare i nomi dei presunti responsabili. Uno stop provvidenziale, per non compromettere indagini in corso. Perché sulla morte del magistrato, assassinato nell’agosto del 1991 a Campo Calabro, in provincia di Reggio Calabria, i magistrati reggini hanno ricominciato ad indagare. Forse, proprio sulla base delle dichiarazioni di Fiume, che diversi mesi fa, all’ex procuratore capo, Giuseppe Pignatone e al pm Lombardo, ha raccontato che a uccidere «per fare un favore ai siciliani», il giudice Scopelliti, di ritorno dal mare, sarebbero stati due sicari calabresi. Due killer professionisti, i migliori in città, scelti forse dall’uno e dall’altro schieramento che, proprio negli anni antecedenti all’agguato, secondo molti, chiusero le ostilità della seconda guerra di mafia.

I RAPPORTI CON I SICILIANI
 Ma i rapporti con i siciliani non si sono limitati alla “cortesia” dell’eliminazione del giudice Scopelliti. Nel ’93, Cosa Nostra tentò di coinvolgere anche le ndrine calabresi nella strategia che Fiume definisce di «attacco allo Stato». Allo scopo furono anche convocate diverse riunioni, una a Milano e due in Calabria. «Era il periodo delle stragi di Roma, Firenze, Falcone e Borsellino erano stati uccisi», ha detto Fiume. La prima di riunione, quella di Rosarno, è avvenuta all’hotel Vittoria, e lì – ricorda Fiume – «c’erano i siciliani. Per i calabresi c’erano Carmine e Giuseppe De Stefano, Franco Coco, il suo braccio destro, Nino Pesce. Forse qualcuno dei Bellocco. Pietro Cacciola, che frequentava Coco Trovato a Milano». Un rapporto profondo quello che i De Stefano, soprattutto Peppe, aveva con i milanesi. «Nel periodo della guerra Peppe era a Milano con Coco Trovato, quando subiscono un attentato da parte di alcuni napoletani. Nel giro di una settimana una cinquantina di persone delle famiglie più influenti della ‘ndrangheta per fare piazza pulita dei napoletani. Era arrivato addirittura Vittorio Canale dalla Francia». La seconda riunione, di poco successiva si svolge «al residence Blue Paradise di Parghelia. Franco Coco voleva stringere il cerchio attorno a Pasquale Condello, bisognava chiarire il progetto dei siciliani e c’era anche un traffico di droga da definire. C’erano presenti Luigi Mancuso, Peppe De stefano, Peppe Piromalli, Pino Pesce, Coco Trovato. Tenete presente dottore – dice Fiume, rivolto al pm Lombardo – che a queste riunioni si partecipa non come famiglia, ma come rappresentanti di un territorio più vasto».

Ai siciliani, all’epoca, fu detto di no, solo Franco Coco Trovato era possibilista. Per Peppe De Stefano invece, la strategia dei siciliani era controproducente. «Diceva che era più facile avvicinare un magistrato o al massimo distruggerlo con campagne denigratorie. E ne ho avuto la prova, quando c’è stato il sequestro dei beni dei De Stefano, noi avevamo tutte le carte in mano perché tramite Pino Scaramuzzino, abbiamo conosciuto l’avvocato Giglio che era parente del giudice Giglio, che aveva in mano il processo». Gli stessi Giglio che non più tardi di qualche mese fa sono stati arrestati nel corso di un’operazione congiunta delle Dda di Milano e Reggio Calabria, perché pizzicati in rapporti troppo stretti e troppo ambigui con il boss – calabrese d’origine e milanese d’adozione – Giulio Lampada.

LA “ZONA GRIGIA”
 Ma proprio questi rapporti con professionisti, politici, gente “bene” avrebbero permesso ai De Stefano di diventare la grande holding politico-criminale di oggi. Imprenditori, politici e massoni avrebbero contribuito ad accrescere a dismisura il potere della famiglia di Archi: «I De Stefano – afferma Fiume – hanno sempre potuto contare su amicizie importanti nella massoneria deviata, tutto a un livello superiore. Sono cose che partono da lontano, ricordo quando le figlie della “Reggio Bene” facevano a gara per imparentarsi con Giuseppe De Stefano. Quella stessa “Reggio Bene” – afferma Fiume – che ha vissuto sempre di massoneria e di logge deviate».

Dal racconto di Fiume, dunque, emerge uno spaccato inquietante degli ultimi anni della città. E un ruolo fondamentale l’avrebbe giocato anche l’avvocato Giorgio De Stefano: «Lui ha amicizie giuste in contesti importanti e ha sempre avuto un ruolo attivo nella cosca. Ricordo quando Dimitri (il più giovane dei fratelli De Stefano, rimasto ancora formalmente pulito, ndr) doveva fare il militare e lui andò personalmente a Taranto per farlo riformare, come poi avvenne». ‘Ndrangheta, politica e imprenditoria, tutto all’ombra dei “cappucci”. Secondo Fiume, tutto starebbe lì e tutto comincerebbe oltre quarant’anni fa, a cavallo di quei “Moti“ che per Reggio significarono non solo l’ascesa del Msi di Ciccio Franco, ma soprattutto il brodo di coltura in cui maturò il patto d’acciaio fra la ‘ndrangheta dei De Stefano, l’eversione nera di Stefano Delle Chiaie – all’epoca habituè a Reggio – e le logge deviate. Il tutto condito dai miliardi del pacchetto Colombo, ufficialmente destinati a industrializzare la Calabria, in realtà trasformati in finanziamenti a pioggia per le cosche. Con la benedizione degli uomini in grembiule.

Uomini con i quali i rapporti sono radicati nel tempo. E dei quali ci sarebbe anche una prova concreta: il famoso registro della super loggia reggina che veniva ad inserirsi nella loggia massonica ufficiale guidata dal preside Cosimo Zaccone, personaggio notoriamente legato al gruppo De Stefano. In quel registro, che Paolo De Stefano temeva potesse finire in mani sbagliate, probabilmente sono contenuti i pilastri su cui si regge l’attuale status quo reggino: «Mico Libri li chiamava “nobili” – dice Fiume – ma in realtà erano massoni».

Massoni non solo di Reggio città: «L’avvocato Tommasini mi disse che Paolo De Stefano faceva affari con persone inaccessibili anche per il Presidente della Repubblica e io stesso accompagnai Carmine De Stefano in uno studio ai Parioli: chi ci aprì aveva i guanti, ricordo che c’era un confessionale e una targa in lingua straniera che anche i De Stefano avevano a casa. Lì nelle vicinanze c’era la Zecca dello Stato e forse anche un ufficio ministeriale». Un ufficio sul quale le indagini sono ancora in corso, così come proseguono le indagini sui rapporti della cosca reggina con l’eversione nera. Rapporti – forse – cementati anche da omicidi eccellenti: «C’erano due mitragliette, due mini-Uzi che Carmine De Stefano mi disse di custodire bene perché erano state utilizzate per un omicidio eccellente di un personaggio istituzionale a Roma». L’ennesima conferma di un impero – quello dei De Stefano – che si estendeva e probabilmente si estende ancora ben oltre i confini di Reggio Calabria e di partite – importanti – che gli arcoti hanno giocato su tavoli che andavano ben oltre la galassia delle ndrine reggine.  (Nuovosoldo)

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