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venerdì 10 febbraio 2012

Toppi parti cesarei Balduzzi invia i Nas - La Stampa

Troppi parti cesarei in Italia. Secondo le ultime stime, il ricorso al parto chirurgico nel nostro Paese raggiunge un’incidenza del 38,2%, contro una media che l’Organizzazione mondiale della sanità stabilisce doversi attestare intorno al 15%. Per fare chiarezza arriva dunque la decisione del ministro della Salute Renato Balduzzi, che ha attivato i carabinieri dei Nas per dare avvio a controlli a campione nelle strutture sanitarie pubbliche e private con l’obiettivo di accertare un eventuale utilizzo «non appropriato» del cesareo in corsia.

Un intervento, quello del ministro, apprezzato dal presidente della Commissione d’inchiesta sul Ssn, Ignazio Marino: «Da tempo - afferma - la Commissione d’inchiesta che presiedo denuncia un abuso del ricorso al parto cesareo in Italia». Secondo i dati del ministero della salute, infatti, nel 2010 la percentuale di cesarei ha mostrato solo una lieve diminuzione: l’incidenza è stata del 38,2% contro il 38,4% nel 2009 e il 38,3% del 2008. I valori massimi di cesarei sono stati registrati in Campania (61,6%) e Sicilia (52,8%), e cifre superiori al 40% si rilevano in tutte le regioni del centro-sud, ad eccezione della Sardegna. E proprio il divario tra le Regioni è stato definito come un aspetto «assolutamente intollerabile» dal ministro: «Si passa - ha rilevato di recente Balduzzi - dal 23% del Friuli al 62% della Campania. E senza che un maggiore ricorso al cesareo porti a un miglioramento degli esiti clinici».



Ma come si giustifica tale massiccio ricorso al parto chirurgico? Varie, secondo gli esperti, le ragioni. In prima istanza la motivazione economica: un taglio cesareo viene infatti pagato alle singole realtà ospedaliere come operazione chirurgica, per una cifra nettamente superiore rispetto a quella corrisposta per un parto naturale. Inoltre, quasi la metà dei punti nascita effettuano meno di 500 parti all’anno, il che implica una minore sicurezza e una maggiore propensione al cesareo da parte dei medici, la cosiddetta «medicina difensiva», per evitare possibili contenziosi. Altro dato è che solo il 16% delle strutture ospedaliere offre gratuitamente il servizio di analgesia epidurale alle pazienti, le quali spesso chiedono il cesareo proprio per paura del dolore del parto.

Ma, stando alle nuove linee guida dell’Istituto superiore di sanità, pubblicate lo scorso gennaio, sono solo tre le situazioni in cui bisogna ricorrere al parto cesareo: quando il feto è in posizione podalica (situazione che si registra nell’8% dei casi come media nazionale, ma con punte che arriverebbero al 21% in Campania e 10% in Sicilia), quando la placenta copre il passaggio del feto nel canale del parto e se la madre è diabetica e il feto pesa più di 4,5 kg. Altrimenti, senza altre controindicazioni, affermano le linee guida, il parto naturale è preferibile per il benessere della donna e del bambino. La Stampa

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