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martedì 12 giugno 2012

Se a decidere è l’industria

Il governo vuole sopprimere l’Inran. Così di ricerca alimentare si occuperà solo chi ci guadagna


La decisione è sul tavolo del ministro per le Politiche Agricole (e già questa è una stranezza perché l’alimentazione è materia che inerisce la nostra salute). L’obiettivo del governo è liberarsi dell’istituto Nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran), che, però, non è un carrozzone; e i lettori de “L’Espresso” lo sanno bene perché molte e molte volte abbiamo usato le ricerche dell’Inran per raccontare di frodi e pasticci, ma anche per spiegare bene cosa serve alla nostra salute e cosa no quando ci mettiamo a tavola. L’Inran fa ricerca sull’alimentazione, per lo più ricerca indipendente. Ora serve di tagliare a destra e a manca, e, come sempre non potendo incidere sui veri sprechi, si sforbicia la ricerca.
Eppure è chiaro a tutti che oggi in tavola non portamo di certo le “cose buone della terra” che mangiavano i nostri bisnonni. È chiaro che tutti, ma proprio tutti, gli alimenti sono oggetto di processi prima agrofarmaceutici e poi industriali. Noi de “L’Espresso” stiamo pubblicando una serie di articoli che indagano la chimica nel piatto, nella frutta come nella carne come in ogni alimento in vendita nel nostro paese, senza gettare la croce addosso a nessuno ma per raccontare cosa mangiamo veramente e come riconoscere ciò che può farci male.



L’industrializzazione dell’alimentazione, ci piaccia o no, è inevitabile. Anche se sogniamo Bio sappiamo bene che non può diventare di massa, innanzitutto per i costi che comporta, e comunque sappiamo anche che non è tutto Bio quel che luccica e che anche in questo comparto di nicchia serve ricerca per farci sapere davvero cosa mangiamo.

Perché questo è il punto: l’industria fa il suo mestiere (e lungi da me pensare che non lo faccia correttamente), ma non può essere l’unica voce in capitolo. La ricerca indipendente, fatta da una pubblica istituzione è la normalità nei paesi coi quali ci piace confrontarci. Non possiamo rinunciarci. E, se come vuole il governo, l’Inran venisse accorpato, ridimensionato e finanziato ancora meno di quanto si faccia oggi sarebbe una sciagura. Per questo mi sembra molto opportuno l’appello fatto da Roberto La Pira, che se volete potete firmare qui. (non ci troverete la mia firma perché non mi pare opportuno per un giornalista firmare appelli, mi riservo il diritto di criticare l’Inran ogni volta sia il caso di farlo, se il governo ce lo lascia).

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