
Dopo il boato della frana, regnava solo un tremendo silenzio in quella zona delle miniere d’oro di Maizhokunggar in Tibet. No si è sentito nemmeno un gemito, un suono provenire da sotto quei 2 milioni di metri cubi di detriti, fango, massi. Sono morti tutti gli 83 minatori che lavoravano là per il China national gold group, la società di Stato per la produzione dell’oro più grande della Cina, due tibetani, gli altri cinesi di etnia Han. Il governo cinese considera il Tibet un suo giacimento di rame, cromo, bauxite e altri minerali e metalli, da sfruttare senza limiti, incurante degli effetti sull’equilibrio idrogeologico di territori delicati e vulnerabili. Così da anni c’è una migrazione soprattutto di lavoratori Han, verso quelle miniere, proprio come successe nel febbraio del 1831 quando nella baia di San Francisco attraccò la prima nave di emigranti cinesi anche loro contagiati dalla “febbre dell’oro”, o mandati da implacabili “caporali” a cercar fortuna in California, richiamati dalla leggenda di incredibili giacimenti.
Nella provincia di Jilin sono invece 28 le vittime di un’esplosione in un impianto per l’estrazione del carbone, avvenuta sempre ieri. Ce ne informano notizie a piè di pagina: non è una gran notizia quella di lavoratori morti così, in posti tanto remoti, che si aggiungono a una contabilità altrettanto trascurata di vittime del lavoro o della mancanza di lavoro, nel Terzo Mondo interno o esterno all’Occidente.
Eppure a ben guardare suona incongrua, estemporanea la fascinazione esercitata dall’oro sui potenti in tempi nei quali l’avidità e la smania di accumulazione si traducono e nutrono di transazioni immateriali, di scambi che non hanno nulla a che fare con il doux commerce e nemmeno con rapine corsare per riempire forzieri di grano, gemme, sale.