Un anno e mezzo fa, nonostante il suo chiaro fallimento in Grecia, in Irlanda e altrove il Paese si è fatto trascinare dentro la logica del debito, innescata e infiammata da un’Europa matrigna nella quale i Paesi ricchi non volevano in alcun modo fare sacrifici per compensare il divario tra le bilance commerciali che si era determinato a causa dell’Euro. Una santa alleanza fra questi egoismi, le visioni politiche dei circoli della finanza volti a ridurre la democrazia e gli interessi di una classe dirigente locale di straordinaria mediocrità e non più interessata agli investimenti produttivi, ha portato a firmare la galera finanziaria per 50 milioni di italiani (i rimanenti dieci fungono da secondini).
L’ipotesi di pessima scuola sulla quale si sono costruite le ricette di valore universale e universalmente fallite era che per diminuire il debito pubblico occorreva distruggere il welfare, creare le condizioni per far calare i salari, ovvero eliminare conquiste e diritti del lavoro, rendere impossibile una qualche politica sociale attraverso i meccanismi di sottrazione di sovranità finanziaria col fiscal compact, il Mes e il pareggio di bilancio in Costituzione. L’impoverimento del Paese, secondo astrazioni accademiche delle peggiori e più banali avrebbe poi favorito la crescita. Non c’è bisogno di dire come queste misure abbiano necessariamente colpito i ceti più deboli creando una straordinaria diseguaglianza e un pericolo per la democrazia stessa.
Era ed è del tutto evidente che l’insieme di questa filosofia d’azione, accettata da una politica giunta ai suoi minimi termini attraverso l’appoggio a un “governatore” dalle frequentazioni ambigue quando non apertamente reazionarie, era una semplice, totale stupidaggine per il semplice fatto che:
1) i salari italiani erano già tra i più bassi dell’area Ocse ,

